POLITICA

Stop the bombs!

Sembra lontana anni luce l’impresa di Don Vitaliano, Bettin, Caccia e Casarini che, nell’aprile del 1999, ben supportata all’esterno da migliaia di ragazze e ragazzi, giovani e meno giovani, li vide intrufolarsi nella base militare di Istrana per srotolare, sotto gli occhi increduli dei militari a presidio della pista di lancio dei cacciabombardieri con destino le inermi popolazioni serbo-kossovare, uno striscione dal messaggio inequivocabile: stop the bombs! Non c’era bisogno di definirsi pacifisti. Perché stop the bombs! esprimeva quel sentire comune ad ogni essere umano degno di chiamarsi persona: la ferma convinzione della necessità di spezzare la tragica spirale della violenza che in quei mesi stava insanguinando l’Europa, la voglia di gridare la propria indignazione a quanti, da una parte e dall’altra, usavano come spazzatura migliaia e migliaia di essere umani per sporchi giochi di potere.

Se quella fu la prima guerra c.d. «umanitaria», per di più targata D’Alema, da allora in poi non vi è stato conflitto armato che non abbia goduto dell’imbarazzante qualifica, utile a marginalizzare, fino a imbalsamare, qualsivoglia forma di resistenza organizzata. Complice, manco a dirlo, la lenta ma inarrestabile subordinazione della sinistra (non solo italiana) agli imperativi del mercato e della finanza e alle conseguenti, bellicose (e non) politiche neoliberiste…

Così, venendo all’oggi, non c’è da meravigliarsi se un governo piddino, posto lì per l’ordinaria amministrazione, conceda – sotto l’ipocrita paravento del non diretto coinvolgimento del nostro paese nel conflitto- supporto logistico a chi intende far da mazziere al gioco della mattanza in Siria. Nemmeno i paladini della “buona politica” (leggi Cinquestelle) hanno sentito il dovere di alzare un filo di voce contro l’indecente furto di democrazia. Come a dire, nemmeno da quella parte politica c’è da aspettarsi granché. Eppure, il precipitare degli eventi internazionali, il massacro di migliaia e migliaia di inermi siriani, rendono drammaticamente ineludibile la questione, certamente non nuova, posta da Bevilacqua sulle pagine del Manifesto: dalla Nato bisogna uscire. Chi se ne fa carico?

Alessandro Punzo

Il Manifesto, 25 aprile 2018

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