POLITICA

Libertà ed uguaglianza

C’è chi ha sacrificato libertà e diritti sull’altare dell’eguaglianza e chi, all’opposto, ha fatto tabula rasa dell’uguaglianza a vantaggio della libertà (di pochi). In estrema sintesi, il legato del Secolo Breve è in gran parte qui e nelle tragedie che ne sono scaturite. In mezzo, il tentativo, nient’affatto scontato, di coniugare l’una e l’altra, mediante la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono a libertà e diritti di essere effettivamente goduti da tutte/i. Come mai la cultura borghese, di cui pure furono l’originario portato, si preoccupò o immaginò di fare. Insomma, meno diseguaglianza più libertà per tutte/i (segnatamente per le classi proletarie, poiché quelle abbienti già lo sono…).

Come sia andata è noto. Oggi che la diseguaglianza è scandalosamente tornata ad essere il tratto peculiare della nostra era e la libertà ridotta a fatto meramente formale, una neo formazione politica di sinistra del nostro Paese, sceglie di iscrivere sì nobile binomio nel proprio simbolo. E’ un fatto che merita attenzione…

E tuttavia, affinché l’operazione non si risolva in puro marketing elettorale, occorre che i suoi vari (troppi) leader ci chiariscano, una volta e per tutte, quale idea di società (e cioè di lavoro, scuola, cultura etc.) hanno in mente: quella solidale ed egualitaria disegnata 70 anni fa dalla nostra Carta costituzionale o quella egoistica e diseguale, competitiva e precarizzata propria di politiche quali il Jobs Act e la Buona Scuola a firma Pd, dal quale partito molti di essi provengono? Insomma, tra i punti programmatici del nuovo partito, c’è la cancellazione senza se e senza ma di codeste leggi e di quelle vergognose marchette elettorali dei “bonus”, il cui effetto moltiplicatore (keynesianamente parlando) è, d’altra parte, risibile? E vi figurano misure come la reintroduzione della progressività dell’imposta, di una vera patrimoniale, senza le quali difficilmente sarà possibile spostare risorse dalla rendita e dal profitto ai salari? Ancora, vi hanno centralità le politiche abitative, come la ricostituzione di un patrimonio abitativo pubblico? E in tema di movimenti migratori, è contemplata un’alternativa alla politica segregazionista piddina, a firma Minniti e al mutuato (ma pur sempre ipocrita e peloso) “aiutiamoli a casa loro”? E infine, Ambiente e Beni comuni sono avvertiti come questioni ineludibili? A cominciare dalla vergognosa, mancata applicazione dei referendum del 2011 quando, in 27 milioni, scegliemmo per acqua e servizi pubblici locali una gestione realmente pubblica, partecipativa e, soprattutto, senza scopo di lucro? C’è, insomma, un chiaro segnale di invertire la rotta delle privatizzazioni, di sottrarre ciò che è patrimonio comune all’ingordigia del mercato, alla speculazione finanziaria?

In assenza di risposte, astensionismo da un lato e pericolosi revanscismi dall’altro la faranno da padrone.

alessandro punzo

Il Manifesto, dicembre 2017

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