POLITICA

In fuga dalla propria vita

La strage in atto in Palestina per mano dell’esercito israeliano mi tormenta, mi sottrae la pace. Le poche istantanee del martoriato territorio della Striscia che circolano sui social, che bucano i notiziari dei media mainstream, sembrano più il portato di ripetute, devastanti scosse telluriche che l’esito dell’azione di una politica e di un esercito impazziti, assetati di vendetta: la smorfia di dolore di una donna che sorregge il corpo martoriato del figlio tra le proprie braccia; l’affannosa disperata ricerca, tra macerie ancora fumanti, di un esile forse improbabile lamento di vita; residuati di vite spezzate, una bambola, una scarpa, un cane impazzito che vaga alla ricerca del proprio padrone… Perché in questa strage, che solo una malcelata ipocrisia fa chiamare guerra, non ci sono immagini dei carnefici, delle fortezze volanti che chirurgicamente dispensano, ad ogni ora del giorno e della notte, morte certa al maggior numero possibile di palestinesi intrappolati in una prigione di poche centinaia di kmq, donne, anziani e bambini compresi. Senz’altra possibilità di fuga se non dalla propria vita. Così, giorno dopo giorno, ci viene restituita una macabra, surreale contabilità, che ha ormai superato i 30 mila morti ammazzati, perché orfana non solo “dei loro nomi, delle loro età, delle loro speranze uccise” – come scrive T. Ben Jelloun nel suo toccante “L’urlo”- ma anche di mandanti ed esecutori materiali. 

Che fare per porre fine a questa schifosa mattanza? Che fare quando l’Unione Europea (come già nel conflitto russo-ucraino) piuttosto che intervenire, preferisce, ancora una volta, suicidarsi politicamente? 

A.P.

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